Aree militari dismesse in Italia: problemi e prospettive

Aree militari dismesse ed in dismissione in Italia: questione complessa e di grande interesse. Facciamo il punto con il Prof. Francesco Gastaldi, che da anni segue il tema con impegno.

 
 

Andrea Licata: Francesco Gastaldi, lei ha scritto vari articoli sul tema delle dismissioni militari in Italia, che avviene, non a caso, in un momento di crisi economica. Che idea s’è fatto del processo in corso in base alle sue ricerche?

Francesco Gastaldi: Il tema della dismissione e valorizzazione dei patrimoni pubblici fa ormai parte del dibattito politico italiano da molti anni ed è legato alle esigenze finanziarie dello Stato. Nonostante una lunga vicenda, ancor oggi molti Comuni non riescono ad utilizzare il patrimonio immobiliare pubblico dismesso come occasione di rigenerazione e di sviluppo urbano. La legislazione statale e, in misura minore quella regionale, appaiono estremamente frammentate, creando sovente problemi di coordinamento di difficile soluzione e conseguenti difficoltà applicative. Inoltre, le politiche di dismissione e valorizzazione degli immobili pubblici pongono nuove responsabilità in capo a soggetti locali chiamati a compiere scelte complesse.
I processi di dismissione e di valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico (spesso edifici molto grandi, situati in aree già dotate di infrastrutture e dotati di ampie superfici di spazio aperto) hanno riflessi e impatti rilevanti su molte questioni che riguardano le politiche di governo del territorio degli enti locali. E’ però prevalente la circostanza per cui i Comuni italiani non riescono ad utilizzare questi beni dismessi o in corso di dismissione come occasione di rigenerazione e di sviluppo urbano e territoriale e gli impatti derivano, in negativo, dalle occasioni perdute. Il continuo cambiamento di obiettivi e strumenti, introdotto dalle norme statali, hanno reso il tema così complesso che nella maggior parte dei casi le amministrazioni locali non sono state in condizione di tenere sotto controllo gli iter procedurali, generando perciò illusioni e frustrazioni negli attori sociali ed economici e causando uno stato di perenne indeterminazione.

 

AL: La valorizzazione risulta quindi il punto centrale del programma di dismissione? Con quali conseguenze?

FG: L’Istituto Bruno Leoni ha stimato il valore del patrimonio immobiliare pubblico (Stato, enti territoriali, ASL, Regioni, Edilizia residenziale pubblica) in 450 miliardi di Euro . La decisione di dismettere o non dismettere un bene pubblico non può essere affidata solo ed esclusivamente ad una “logica di cassa”, ma ogni ipotesi di dismissione deve prima passare attraverso un’attenta ponderazione circa la sussistenza di un interesse pubblico alla conservazione del bene (per destinarlo ad usi delle stesse amministrazioni o più in generale della collettività). Ciò presuppone un elevato livello di consapevolezza circa le sue esigenze economiche e sociali del territorio, quindi la dismissione dovrebbe essere una sorta di extrema ratio, la soluzione che resta dopo aver valutato tutte le altre alternative possibili. Gli atti con i quali è deliberata la sorte del bene pubblico (ad es. la delibera che approva il piano delle alienazioni e delle valorizzazioni) dovrebbero illustrare le ragioni che stanno alla base della scelta e le eventuali alternative.

 

AL: Saprebbe indicare alcuni esempi virtuosi di recupero e trasformazione di aree militari in Italia? Cosa avviene, ad esempio, nella sua regione, la Liguria?

FG: L’inerziale dismissione del patrimonio pubblico immobiliare ha avuto ripercussioni negative sulle città italiane, sia in termini di vivibilità degli spazi urbani interessati, sia perché ostacola i possibili progetti di riqualificazione che potrebbero innescare processi di sviluppo e rigenerazione. Le caserme e gli edifici pubblici in genere erano sedi di attività che generavano un indotto sull’economia locale, spesso grazie a trasferimenti statali. La loro chiusura o ricollocazione, ha in vari casi prodotto effetti negativi anche sul piano occupazionale, laddove non sono stati sostituiti da altre attività in grado di fornire redditi. Le azioni di valorizzazione dovrebbero combinare insieme redditività economica, recupero e reinterpretazione virtuosa di tali patrimoni al fine di ridefinire la struttura e l’organizzazione di parti di sistemi urbani o territoriali. Purtroppo i casi virtuosi non sono moltissimi, in Liguria è emblematico il caso della città di La Spezia, una vera città militare impegnata da anni in una travagliata riconversione delle aree militari maggiori e nella riorganizzazione dell’Arsenale (che comprende una superficie di 85 ettari) in modo da conservare un ruolo nel settore militare, ma impegnando parte delle aree per destinazioni diverse.

 

AL: Vari atenei si stanno negli ultimi anni occupando del tema: in che modo? Reputa questo nuovo interesse un fatto positivo?

FG: Solo recentemente nel nostro Paese va maturando una maggiore sensibilità verso i manufatti architettonici prodotti a cavallo tra Ottocento e Novecento. A questo periodo appartengono molti edifici militari e pubblici di notevole valore architettonico, paesistico, simbolico e identitario, testimonianza di memorie collettive e individuali. Si tratta di un patrimonio assai rilevante che si è formato a partire dall’Unità d’Italia inglobando immobili religiosi e conventuali, a cui ha fatto seguito la realizzazione di manufatti finalizzati all’organizzazione del nuovo assetto dello Stato.

Le politiche di dismissione e valorizzazione di questi beni pongono nuove responsabilità in capo ai soggetti pubblici che sono chiamati a compiere scelte complesse, che coinvolgono una pluralità di interessi pubblici e privati, in relazione alla migliore utilizzazione dei beni da valorizzare (o da dismettere) e tenendo conto delle caratteristiche dei beni e del contesto nel quale essi si inseriscono, in quest’ottica l’apporto dell’università può essere certamente rilevante, almeno come opera di sensibilizzazione culturale.

 

AL: Negli anni Novanta esistevano i fondi europei KONVER, che rappresentavano un sostegno alle politiche di conversione dal militare al civile. Sarebbe a suo avviso utile ripristinarli?

FG: I costi di bonifica delle aree condizionano in maniera determinante la riuscita di un’operazione, in taluni casi l’errata valutazione (generalmente sottostima) e le difficoltà tecniche d’esecuzione possono comportare ampie dilatazioni dei tempi di realizzazione del progetto o anche l’abbandono dell’iniziativa. Gli usi insediati hanno garantito manutenzione costante e regolare trasmettendo fino ad oggi i fabbricati in condizioni identiche a quando sono stati costruiti, ora l’abbandono espone gli edifici ad un rapido deterioramento producendo obsolescenza strutturale. Per evitare che gli interventi di ristrutturazione per l’insediamento di nuove funzioni diventino troppo costosi, occorrerebbero decisioni veloci circa il loro riutilizzo. Come per le ex aree industriali, non sono rari i casi in cui il progetto di trasformazione ad usi civili di un’area ex militare può scontrarsi con opposizioni locali. Proposte che possono apparire dequalificanti per il contorno urbano o di mancata trasparenza circa le procedure di bonifica. Io verificherei l’opportunità di fondi europei per le fasi e procedure di bonifica.

 
 

francesco-gastaldi

Francesco Gastaldi, (1969). Professore associato di Urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia. Svolge attività di ricerca su temi riguardanti le politiche di sviluppo locale, la gestione urbana, le vicende urbanistiche della città di Genova dal dopoguerra ad oggi. Partecipa a ricerche MIUR e di ateneo, ricerche e consulenze per soggetti pubblici e privati.

Autore di articoli, saggi e pubblicazioni:

Francesco Gastaldi, Federico Camerin, “Rigenerazione urbana delle città italiane: occasioni ed opportunità dai processi di dismissione degli immobili pubblici” in AREL n, 2, 2013, pagg. 95-103, ISSN 2039-0181

Francesco Gastaldi, Federico Camerin, “Immobili pubblici e aree militari dismesse: “occasioni” per le città italiane, fra ritardi e incertezze”, in Quaderni Regionali n. 3, 2012, pagg. 441-460, ISSN 1593-862X

Francesco Gastaldi, “Una difficile transizione verso la città postmilitare: il caso di La Spezia” in Territorio n. 62, 2012, pagg. 38-40, ISSN 1825-8689

Francesco Gastaldi, Ruben Baiocco, “Aree militari e patrimoni pubblici dismessi in ambito portuale in Italia. Quali prospettive?/Abandoned military zones and public heritage sites in italian ports. Possible perspectives”, in Portus, n. 23, 2012, pagg. 12-17, ISSN 1825-9561

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